Discussione:
chi determina la politica monetaria, quindi l'economia?
(troppo vecchio per rispondere)
artamano
2004-11-01 21:11:07 UTC
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tratto dalla rivista UOMO LIBERO numero 54 http://www.uomolibero.com

Quando si è bambini, enorme è la curiosità, la voglia di conoscere, di
capire, di spiegarsi il significato di ogni cosa e di ogni avvenimento.E'
l'età del "perché", ossessivamente rivolto ai genitori, ai fratelli
maggiori, a quanti capiti d'incontrare. Poi si cresce, la curiosità
diminuisce sino, in età adulta, nella maggioranza dei casi, a spegnersi
quasi del tutto o a trasformarsi in una semplice ricerca di conferme di
quelle certezze che si è andati via via conquistando o, come sempre più
frequentemente accade, che si sono subite e accettate come inevitabili e,
tutto sommato, comode. "L'ha detto la televisione", "l'hanno
scritto i giornali", ed ogni inquietudine si placa, ogni dubbio si estingue.
Ma non è stato sempre così. Le società europee nel tempo si sono
caratterizzate per una costante spinta verso l'arricchimento della
conoscenza e l'acquisizione di certezze sempre maggiori; una puntigliosa e
vigorosa ricerca della verità che ha permeato la moltitudine di pensatori,
filosofi e scienziati che hanno fatto grande la nostra civiltà.
Solo negli ultimi decenni la spinta verso la conoscenza si è affievolita;
dalla scienza si è passati alla tecnologia - che è lo sfruttamento tecnico
ed economico delle grandi scoperte del passato - dalla cultura si è passati
all'informazione. L'attuale società informatica e
dello spettacolo è caratterizzata dalla più assoluta superficialità delle
notizie, sempre più numerose, veloci, in "tempo reale", ma sempre più vuote
di contenuti, di spiegazioni sulle cause, di oneste e lungimiranti
previsioni sulle conseguenze. E il pubblico si accontenta di questo
bombardamento di pallottole a salve, non chiede nulla di più, non si pone
domande. Nel secolo scorso, quando si vivevano i prodromi di
questa involuzione dell'informazione, Giuseppe Prezzolini scrisse un
Manifesto degli apoti, quelli che "non la bevono", quelli che "non ci
stanno", quelli che non vogliono rinunciare alla propria naturale spinta
cognitiva. Ebbe eco fra una ristretta cerchia di intellettuali, e tutto fidi
lì. Qualche anno fa Massimo Fini, con esito scarso e limitato nel tempo, ci
riprovò dalle colonne de l'Indipendente. Noi stessi,
da oltre vent'anni, con questa rivista, ci rivolgiamo agli uomini liberi, a
quelli cioè con il cervello ancora aperto e qualche curiosità ancora viva.
Ma, tant'è, il nostro pubblico, seppur affezionato e in crescita,
rappresenta una minoranza soccombente di fronte all'esercito dei teleutenti
e alla massa informata in modo assolutamente superficiale e "politicamente
corretto", cioè a senso unico, secondo i desideri dei potenti del mondo.
Ed avviene così che la grande informazione, agevolmente, riesce a
mistificare, nascondere, sovvertire verità storiche, avvenimenti, situazioni
politiche ed interpretazioni dei fatti. Noi, che
"apoti" siamo e uomini liberi insistiamo ad essere, continuiamo invece a
riflettere, a ricercare, a indagare e tentare di comprendere il perché delle
cose, convinti che non siamo giunti alla "fine della storia", ma che stiamo
vivendo solo una delle pieghe più oscure e difficili di una storia che
ancora per secoli è destinata a formarsi, a crearsi e ricrearsi sulla scia
della civiltà che ci ha preceduto. Vogliamo qui
indirizzare la nostra curiosità su due argomenti che riteniamo propedeutici
alla comprensione dell'attuale momento storico:


- chi determina la politica monetaria, quindi l'economia?

- quale base di consenso ha il regime politico - la democrazia - imposto al
mondo come il modello "buono", necessario per sedersi attorno al tavolo dei
popoli civili?

La proprietà della moneta

Il termine "pecunia" ha origine etimologica dal latino pecus, pecora, che
indicava l'unità di misura anticamente utilizzata per regolare gli scambi,
così come il termine "salario" deriva da "sale", usato una volta per pagare
il lavoro e i beni di prima necessità.


La moneta nasce come sistema semplificato per facilitare gli scambi e per
misurare la ricchezza. Essendo la ricchezza null'altro che la somma dei
patrimoni e dei prodotti di una comunità, la moneta dovrebbe essere
proprietà della stessa comunità, quindi del popolo, e il suo conio e il suo
controllo dovrebbero essere compito dello Stato.


La quantità di moneta circolante dovrebbe essere, logicamente, pari al
valore della ricchezza esistente in quel momento, cioè dei beni immobili,
mobili, di consumo e degli strumenti impiegati nelle produzioni.


Lo Stato dovrebbe continuamente vigilare perché questa equivalenza sia
mantenuta: se le ricchezze aumentano, incrementando proporzionalmente il
volume di moneta circolante o, se diminuiscono, contraendo la quantità del
denaro.


Uinfiazione e la deflazione, malattie economiche oggi così diffuse e
perniciose, non sono altro che lo squilibrio esistente tra i beni presenti
sul mercato e la quantità di denaro circolante.


Per rendere stabile il potere d'acquisto di una moneta occorrerebbe dunque
un controllo sull'equilibrio tra ricchezza e circolazione monetaria, ma a
questa funzione dovrebbe essere deputato solo lo Stato, istituito per
perseguire il bene della collettività. Le Banche, invece, sono state
inventate e strutturate per ottenere utili attraverso speculazioni
finanziarie, e il terreno più fertile per tale attività è quello
dell'instabilità, dell'inflazione e della deflazione. Appare quindi ovvio
che quando, come oggi avviene, il controllo dell'economia è affidato al
mondo bancario, la stabilità del potere d'acquisto della moneta è destinata
a rimanere una chimera. E le conseguenze di questa situazione si
moltiplicano a cascata e coinvolgono ogni aspetto della vita della
collettività.


Quando uno Stato, ad esempio, si fa promotore della realizzazione di opere
di pubblica utilità, accresce la ricchezza di cui quella comunità può
disporre, quindi è legittimo ed economicamente corretto che incrementi, per
pagare la realizzazione dell'opera, la quantità di moneta circolante. E'
un'aberrazione il fatto che in una nazione ci sia necessità di nuove opere
pubbliche e di nuovi servizi sociali, e si rinunci a realizzarli per
mancanza di fondi, lasciando per di più molti lavoratori disoccupati.


Scrisse Ezra Pound: "Dire che uno Stato non può perseguire i propri scopi
per mancanza di denaro, è come dire che non si possono costruire strade per
mancanza di chilometri".


Non è però lo Stato a battere la moneta, non sono i governi a determinare le
politiche monetarie e la proprietà del denaro non è attribuita al popolo.


Questa realtà è il punto d'arrivo di un lungo cammino iniziato con
gravissimi errori compiuti nel passato e consolidati nel tempo.


Nel 1694, regnante Guglielmo III d'Orange, un gruppo di finanzieri
capeggiati da William Paterson prestarono un milione e duecentomila sterline
al governo inglese al tasso d'interesse dell' 8% annuo. Il re, per ottenere
il prestito, concesse alla Banca di Paterson l'autorizzazione a stampare
cartamoneta allora chiamata "nota di banca" - per un importo equivalente
alla somma prestata. La Banca si trovò quindi - oltre ad essere proprietaria
di un capitale sul quale percepiva gli interessi - a disporre di una massa
monetaria fittizia - non corrispondente a nessuna ricchezza reale - con la
quale poteva intraprendere fruttuose operazioni finanziarie o concedere
prestiti sui quali percepire altri interessi.


Per il governo inglese, che rinunciò a battere cartamoneta in proprio - il
che sarebbe stato più semplice ed economicamente meno pericoloso - cominciò
la lunga e mai terminata sequela di interessi da versare alla Banca, e
nell'economia inglese si consenti la circolazione di denaro inventato col
quale illegittimamente si promuovevano speculazioni finanziarie.


Purtroppo l'esempio inglese, nei secoli successivi, fu seguito da pressoché
tutti i governi del mondo, permettendo di giungere all'attuale situazione,
dove nessun popolo è proprietario della moneta che utilizza e tutti sono
debitori delle Banche private che battono moneta.


Le Banche, nel momento stesso della loro nascita, hanno iniziato a creare
moneta fittizia - pensiamo all'immensa massa di denaro virtuale oggi
circolante nel mondo - dando vita a una colossale truffa ai danni dei
popoli. Non bisogna mai dimenticare infatti che il prezzo che gli uomini
debbono pagare per l'utilizzo di una cartamoneta irreale, creata dal nulla,
è il lavoro, la produzione, beni mobili ed immobili, cioè ricchezza reale.


Quando le Banche iniziarono a conservare entro depositi blindati i valori
dei cittadini che, per motivi di sicurezza, preferivano delegare loro questa
incombenza, consentirono anche, agli stessi cittadini, di compilare dei
"buoni di cessione" di questi preziosi per utilizzarli come forma di
pagamento. Si tratta dei capostipiti del moderno assegno.


Il banchiere notò che la tendenza di chi depositava era rivolta più al
risparmio che all'utilizzo a breve dei beni: solo il 10% veniva movimentato.
Egli dunque pensò bene che non avrebbe rischiato molto creando, a proprio
uso, ricevute di pagamento per un importo pari al 90% dei valori depositati
presso la sua Banca. E queste ricevute furono da subito utilizzate per
concedere prestiti ad interesse e partecipare a fruttuose attività
finanziarie.


Oggi siamo andati molto più in là; il denaro, che l'antico banchiere aveva
illegittimamente creato - non essendo lui il proprietario dei beni
depositati era pur sempre garantito da beni esistenti; ora viene
semplicemente stampato ex nihilo, senza nessuna garanzia e senza nessun
limite, e in più si è aggiunto il denaro virtuale, elettronico. La massa di
moneta, nelle sue varie forme, attualmente circolante nel mondo ed
utilizzata per speculazioni di ogni tipo, è 60 volte superiore a quella
usata per lo scambio delle merci.


Un'altra considerazione ci sembra degna di nota: se il popolo fosse il vero
proprietario della moneta, questa, al momento del suo conio, dovrebbe essere
attribuita allo Stato e non, come oggi avviene, messa a suo debito. E, per
di più, il valore monetario nasce dal fatto che il popolo accetta e usa il
denaro e non perché qualcuno ha pensato bene di stamparlo. Se lo stesso
banchiere avesse emesso pari banconote in un'isola deserta, quale valore
potrebbero avere?


Ciò nonostante, le Banche centrali, che sono banche private, creano moneta
addebitandola al popolo e, truffa sulla truffa, la pongono a bilancio sotto
la voce "passivo". Nonostante l'unica spesa sostenuta sia il costo della
carta, dell'inchiostro e della stampa.


E la moneta viene prestata allo Stato e agli Istituti bancari che, su tali
operazioni, dovranno pagare interessi.


Questa trafila è ormai così consolidata che nessuno si pone quesiti sulla
sua ineluttabilità.


Pur tuttavia qualcosa di segno opposto è già avvenuto e continua ad avvenire
ancor oggi. Lo Stato in effetti conia, presso la sua Zecca, le monete
metalliche - per importi assai limitati in confronto a quelli del cartaceo -
ed in passato furono stampate in Italia banconote da 500 lire come
"Biglietto di Stato a corso legale". I cittadini non hanno certo rilevato un
fatto del genere, così come non se ne rendono conto per ciò che riguarda le
monetine che oggi, nell'era dell'Euro, vengono coniate dai singoli Stati,
seppure per importi rigidamente determinati dalla Banca Centrale Europea.
Siamo cioè arrivati al colmo: ora è lo Stato a dover chiedere al potere
bancario l'autorizzazione a battere moneta, peraltro per importi
piccolissimi - gli spiccioli appunto - e non l'inverso, come avveniva nel
1694 in Inghilterra, quando iniziò il lungo percorso della grande truffa
monetaria.


Ad aggravare la situazione si aggiunge il "maldestro" operare dei govemanti.
Il nostro ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha recentemente proposto
la sostituzione delle monete da 1 e 2 euro con biglietti di pari valore. E
mai possibile tanta incompetenza in un ministro chiamato a tutelare gli
interessi economici degli italiani? O si tratta di una gaffe generata da
altre "oscure" motivazioni? Beffarda ed umiliante è stata la risposta della
BCE: "Ne abbiamo parlato e in linea di principio non abbiamo nulla in
contrario. Mi auguro che il ministro Tremonti sia consapevole che così
perderebbe i proventi del diritto di signoraggio sulle monete".


La differenza tra euro-carta ed euro-moneta è riscontrabile dal fatto che
mentre la carta è perfettamente identica in tutte le nazioni che utilizzano
l'Euro, le monete sono personalizzate dallo Stato che le conia in una delle
due facce. Ma i cittadini utilizzano e spendono allo stesso modo cartamoneta
e monete metalliche.


Per quale motivo dunque lo Stato, al contrario di ciò che propone Tremonti,
non potrebbe stampare anche la cartamoneta, sottraendo così questa
prerogativa alle Banche private? In tal modo si affermerebbe il diritto alla
sovranità monetaria, fondamentale per la libertà di un popolo così come
quella territoriale, quella militare e quella politica.


Thomas Jefferson, presidente americano dal 1801 al 1808, a tale proposito
ebbe a dire: "Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano
più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi
in un'aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di emettere
moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale
giustamente appartiene. In realtà, il potere di produrre moneta dovrebbe
essere riservato soltanto allo Stato, che provvederebbe a metterla in
circolazione a seconda delle necessità.".


Stretti dalla morsa del ricatto bancario, i governi sono costretti invece a
pagare cifre di interessi tali da incidere pesantemente sul bilancio delle
proprie nazioni. Le tasse che i cittadini debbono versare, invece di
finanziare opere pubbliche, servono a coprire anche questi interessi. Per le
strade, gli acquedotti, gli ospedali e tutte le altre strutture necessarie
alla collettività, lo Stato è dunque costretto a chiedere nuovi prestiti,
sui quali tutti dovremo pagare il balzello riservato ai banchieri.


Si tratta di una situazione assurda e solo apparentemente inevitabile:
basterebbe che lo Stato tornasse a battere moneta e tutto sarebbe risolto.
Parecchi hanno intravisto la possibilità di questa soluzione, ma sinora
nessuno è riuscito a diffondere questa idea, in modo tale da creare una
coscienza collettiva, necessaria per una radicale ribellione, né alcun
politico è riuscito ad attivare provvedimenti alternativi senza scontrarsi -
rovinosamente - con i poteri forti che governano il mondo.


Due presidenti statunitensi, per altri versi assai discussi, tentarono
un'inversione di marcia.


Abraham Lincon fece stampare dei "Biglietti degli Stati Uniti" - chiamati,
per il loro colore, greenbacks - su cui non gravavano interessi da pagare
alle banche. Tutti sanno che nel 1865 Lincon fu ucciso; qualche storico
induce a collegare la persona dell'assassino, John Wilkes Booth, con casa
Rothschild.


John F. Kennedy tentò un provvedimento analogo - alcune banconote prive di
interesse stampate allora sono ancora in circolazione - ma l'iniziativa non
ebbe molta durata per quel che avvenne a Dallas nel 1963.


Il controllo politico delle Banche di emissione

Il "signoraggio" è il termine col quale si indicava il compenso richiesto
dagli antichi sovrani per garantire, attraverso la propria effige impressa
sulle monete, la purezza e il peso dell'oro e dell'argento. Ogni cittadino
poteva infatti portare alla Zecca metallo prezioso per farlo trasformare in
denaro e il sovrano tratteneva, come signoraggio, una percentuale del
metallo.


Ciò che viene oggi indicato come "reddito monetario" in effetti non dovrebbe
essere altro se non l'antico signoraggio.


Se un Ente statale si prendesse la briga di stampar moneta, diffonderla,
controllare l'operato degli Istituti bancari, sarebbe più che legittimo
istituire una tassa per coprire le spese necessarie al buon funzionamento di
quell'Ente.


Ma la dimensione del moderno signoraggio va ben al di là di una semplice
tassa. Il reddito monetario di una Banca di emissione è dato infatti dalla
differenza tra la somma degli interessi percepiti sulla cartamoneta emessa e
prestata allo Stato e alle Banche minori e il costo - davvero
infinitesimale - di carta, inchiostro e stampa, sostenuto per la produzione
del denaro.


Se l'Ente di emissione fosse statale il problema avrebbe un peso relativo,
innanzitutto perché sparirebbero di colpo gli interessi pagati dallo Stato -
che senso avrebbe infatti, per lo Stato, pretendere interessi da se
stesso? - poi perché si tratterebbe di utili che, rimanendo in mano allo
Stato, apparterrebbero sempre alla collettività.


Il reddito monetario, cioè l'utile di esercizio di una Banca di emissione,
viene distribuito invece a tutti i "partecipanti", né più né meno di come
accade in una normale Società per azioni.


Ma il problema inerente la natura delle Banche centrali non è tanto quello
della quantificazione degli utili e della loro distribuzione - peraltro in
alcune nazioni, per attutire gli effetti dell'increscioso balzello
monetario, è stata prevista una restituzione allo Stato di una percentuale
del signoraggio - quanto il potere esercitato sulla politica monetaria e su
tutta l'economia nazionale in conseguenza delle prerogative proprie di un
Istituto di emissione: stabilire il tasso di sconto, la politica monetaria e
del credito, la concessione dei mutui, ecc.; prerogative della sfera
politica, nel caso di un Istituto di Stato, ma che sono invece riferibili,
nel caso di Istituti privati, a interessi di centri economici e finanziari,
per di più quasi sempre non nazionali.

Le Banche di emissione sono dunque Istituti dello Stato o privati?


In Italia, nel 1874, fu promulgata, per la prima volta dalla nascita del
Regno, una legge bancaria, per porre un freno alle emissioni di cartamoneta
e regolamentare la concorrenza tra le banche che stampavano denaro. Le
Banche autorizzate a emettere cartamoneta erano infatti ben sei: la Banca
Nazionale del Regno d'Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana
di Credito, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Con
tale legge, inoltre,si stabiliva che le variazioni del tasso di sconto
dovevano essere autorizzate dal Ministero delle Finanze.


Con la successiva legge del 1893, promulgata a seguito del clamoroso
fallimento della Banca Romana, i quattro istituti dell'Italia
centrosettentrionale vennero fusi, dando vita alla Banca d'Italia, e
rimasero ancora attivi il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, ma con
ruoli di emissione più limitati.


Bisogna arrivare agli anni 1926-27 per vedere attribuito il diritto di
battere moneta solo alla Banca d'Italia, che diventa così Banca centrale.


La sua natura - definita e regolamentata nello Statuto approvato con regio
decreto solo nel 1936 - fu definita come quella di un "Istituto di Diritto
Pubblico", ma la sua struttura e la sua proprietà rimasero quelle che erano:
quelle di una Società anonima, trasformata successivamente in Società per
azioni.


Il Governatore assunse da subito un ruolo assai rilevante, non solo per
l'amministrazione monetaria, ma anche per l'intera vita economica della
Nazione. Lo Statuto stabili la non revocabilità del Governatore da parte del
potere politico, attribuendo questa facoltà solo al Consiglio superiore
della Banca d'Italia, organo tecnico ed estremamente frammentato, quindi
difficilmente condizionabile.


Nel 1926, mentre si stava discutendo sull'assetto da dare alla Banca di
emissione italiana, le pressioni per garantire la sostanziale autonomia e
l'inamovibilità del Governatore furono notevoli. Benjamin Strong,
Governatore della Federal Reserve Bank di New York intervenne direttamente
su Mussolini per ottenere garanzie sull'indipendenza della Banca d'Italia e
sulla permanenza di Bonaldo Stringher al posto di suo Governatore, mettendo
sul piatto della bilancia l'appoggio della Federal Reserve e della Banca
d'Inghilterra alla stabilizzazione della moneta italiana.


I cedimenti in campo monetario - pur se compiuti nel tentativo di ottenere
momentanei benefici - sono sempre anticipatori di ulteriori e più gravi
concessioni. Infatti, nonostante numerose correnti del Fascismo spingessero
verso la nazionalizzazione della Banca centrale, il decreto del 1936 si
limitò a sostituire i vecchi azionisti con un consorzio di Enti e Banche,
con prevalenza delle Casse di risparmio. La Banca d'Italia rimaneva dunque
una Banca privata.


La sua proprietà, nel corso degli anni, non è sostanzialmente cambiata: la
proprietà della Banca d'Italia non è mai stata dello Stato, cioè del popolo,
ma delle banche.


E la storia dell'autonomia della Banca d'Italia è, sino ad oggi, una
sequenza di tappe sempre più significative, tutte indirizzate ad aumentarne
il distacco dallo Stato.


Nel 1981 - quando era ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e Governatore
della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi - si giunse a sancire il diritto
della Banca a non sottoscrivere - sia parzialmente che in toto - i titoli di
Stato;un divorzio sempre più definitivo che dimostrava, senza alcun dubbio,
chi deteneva il bandolo della politica monetaria italiana e in quale conto
era tenuta l'autorità politica.


Nel 1992 cadde anche la residua possibilità da parte dello Stato di
controllare il tasso di sconto: il potere di modificarlo, antico appannaggio
del Governo, era stato nel corso dei decenni attribuito al Governatore della
Banca d'Italia, che doveva però agire "in concerto" con il ministro del
Tesoro. L'ex Governatore Guido Carli, nei panni di titolare del dicastero
econonúco, il 7 febbraio 1992 fece approvare dal Parlamento l'assoluta
autonomia dell'Istituto di emissione in materia di tasso di sconto.


Si tratta di una questione chiave: il debitore riconosce al creditore la
facoltà di fissare unilateralmente le regole del prestito. Regole che poi
saranno applicate a tutta l'economia nazionale. Che senso possono avere, a
questo punto, le scelte elettorali, se nessun candidato, una volta eletto,
potrà avere il controllo delle leve economiche del credito? Quale politica
di sviluppo può essere programmata da un governo che non sa quanto costerà
il denaro?


Così, anche l'ultimo residuo di cordone ombelicale tra Banca centrale e
potere politico era stato definitivamente reciso.


Non solo. Con il passare dei decenni i personaggi del mondo monetario, non
contenti dell'assoluta autonomia conquistata, si sono proposti in maniera
sempre più arrogante come controllori e spesso addirittura gestori del mondo
politico.


Nel 1945 l'allora Governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi cumulò la
sua alta carica monetaria con quelle di vice presidente del Consiglio e di
ministro del Bilancio. Nel 1948 Einaudi divenne presidente della Repubblica.


Da allora i casi del genere sono stati molteplici e in un crescendo
preoccupante: Carli, già Governatore, divenne ministro del Tesoro; Ciampi,
dopo essere stato Governatore è divenuto ministro, poi presidente del
Consiglio e infine è approdato al Quirinale; Lamberto Dini, direttore
generale della Banca d'Italia è divenuto ministro e poi Premier; Antonio
Maccanico, già presidente di Mediobanca, è divenuto ministro e consigliere
del presidente della Repubblica. C'è anche da ricordare la carriera politica
di Giuliano Amato - assiduo frequentatore degli ambienti finanziari
americani - più volte ministro e primo ministro e di Romano Prodi, passato
dall'incarico di consulente della Banca Goldmann e Sachs alla poltrona di
Palazzo Chigi e successivamente a quella di presidente del Consiglio
europeo.


Si tratta sempre di scalate politiche quasi mai scaturite da consultazioni
elettorali, ma frutto di alchimie di potere operate in assoluto dispregio
del consenso popolare. Bella democrazia!


Con l'avvento dell'Euro e della Banca Centrale Europea le cose sono
peggiorate. Le autonomie godute dal mondo bancario si sono rafforzate e la
lontananza delle sedi dove si decide e si comanda hanno infittito
l'atmosfera di sospetto e di mistero sul mondo monetario ed economico.

E' un problema di casta. Le cariche che contano vengono spartite
rigorosamente tra di loro, tra gli intoccabili delle Banche centrali
nazionali; le cariche della BCE che sono di spettanza dei Governi, per
statuto, devono essere attribuite a "persone di riconosciuta levatura ed
esperienza professionale nel settore monetario o bancario".


Mentre gli uomini delle banche continuano sistematicamente ad occupare gli
scranni dei politici, a nessun politico è concesso di entrare nei
blindatissimi palazzi del denaro.


Non vi è ministro, né presidente del Consiglio, né presidente della
Repubblica o monarca ad avere il potere, l'insindacabilità e la durata della
carica che hanno a disposizione un presidente e un dirigente della Banca
Centrale Europea. La BCE dà "indicazioni" vincolanti ai governi, stabilisce
tassi e politica monetaria e nessun potere politico può interferire.


E il popolo? Sempre più lontano, sempre più sottomesso. Bella democrazia!


Analoga la storia delle altre Banche centrali negli altri paesi d'Europa e
del mondo.


La più autonoma, la più indipendente, la più spudoratamente privata è
indubbiamente la Federal Reserve americana. La sua proprietà è inoltre
tenuta scrupolosamente segreta, come segrete sono le riunioni della sua
dirigenza. Palese è invece il suo potere, beffardo ed efficace, negli USA e
nel mondo.


Scrisse Gertrude Coogan: "La legge sulla Federal Reserve fu un grave errore.
Essa consegnò ai banchieri internazionali il controllo assoluto sul sistema
bancario americano e, di conseguenza, su ogni attività economica".


Persino nei regimi comunisti, in smaccata contraddizione con i dettami
ideologici marxisti, le Banche di emissione finirono in mano ai banchieri
internazionali. Nel 1937 la Gosbank, l'Istituto di emissione sovietico, fu
privatizzato, e nel Consiglio di amministrazione fu accolto il
plurimiliardario ebreo-americano Armand Hammer.


Ci fu una sola nazione, nel XX secolo, che osò nazionalizzare la propria
Banca di emissione, riconoscendo allo Stato e quindi al popolo la proprietà
della moneta: la Germania nazionalsocialista.


Riflettendo sull'accanimento criminalizzante riservato a Hitler ed ai suoi
seguaci e sulla nazionalizzazione della Reichsbank, forse si potrebbero
formulare spiegazioni inconsuete e illuminanti sull'intera storia del secolo
appena trascorso.


I padroni delle Banche di emissione e della politica monetaria

Le Banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei vari paesi
del mondo, dunque sono private e i proprietari sono in maggioranza le altre
Banche e i grandi finanzieri internazionali.


Ma allora, se il mondo della politica, se i governi, i capi di Stato, i
ministri del Tesoro e dell'economia non hanno più voce in capitolo sui tassi
di sconto, sulle strategie monetarie, sulle condizioni dei prestiti, sui
finanziamenti internazionali, sui cambi, sulle Borse, chi coordina tutto
questo complesso mondo di numeri, di previsioni economiche, di interventi
piccoli e grandi destinati a influire in maniera determinante sulla vita di
tutti i popoli?

Chi prende le decisioni? Chi comanda?


C'è chi afferma che sarebbe il sistema stesso, nel suo complesso groviglio
di interessi e di meccanismi automatici, ad autogovernarsi, a funzionare
come una enorme macchina avviata così bene da non aver più bisogno di
progettisti e macchinisti. Non ci sarebbe nessuno dunque a comandare. Tutto
avverrebbe così, naturalmente, ineluttabilmente, come in un Eden illuminato
dallo splendore del dio denaro.


Ma si tratta di un'analisi che sa di malafede. Se le cose andassero così
come vanno in modo automatico, se non ci fosse nessuno a decidere e
comandare, non avrebbe senso cercare i responsabili. A nessuno potrebbe
essere imputata la colpa delle crisi economiche, dei crolli monetari, dello
sfruttamento delle risorse o del lavoro, e della fame nel mondo. Certo si
tratta di una spiegazione eccessivamente comoda e assai difficile da
accettare.


Sarà opportuno allora indagare, osservare più da vicino il mondo delle
Banche centrali e cercare di individuare il momento e la sede dove queste si
incontrano e decidono.


Sì, perché decidono davvero! E gli effetti di tali decisioni sono davanti
agli occhi di tutti.


E allora, informandosi, si viene a sapere che a Basilea, in Banhofplatz al
2, ha sede la Banca dei Regolamenti Internazionali, la BRI (o BIS, Bankfor
Intemational Settlements), fondata nel 1930, dove si riuniscono, ogni mese,
i dirigenti di tutte le Banche centrali del mondo. Proprietarie della BRI
sono infatti tutte le Banche centrali del mondo, ma in proporzioni assai
differenti tra di loro. Il 25% delle azioni sono della Federal Reserve USA,
il 15% della Banca d'Inghilterra e il rimanente 60% è distribuito, con quote
minime, tra tutti gli altri. Un 60% talmente frammentato da rendere
impossibile una qualsiasi aggregazione percentualmente significativa.


La Federal Reserve, col suo 25% di proprietà e con la costante, servile
disponibilità della Banca d'Inghilterra, ha facile mano nel determinare il
bello e il cattivo tempo.


Nell' ambito della BRI le Banche centrali dei paesi più industrializzati del
mondo - Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito,
Italia,Canada, Olanda, Belgio, Svezia e Svizzera - hanno istituito appositi
comitati di vigilanza internazionale: il CBVB, Comitato di Basilea sulla
Vigilanza Bancaria, il CSPR, Comitato sui Sistemi di Pagamento e
Regolamento, e il CSFG, Comitato sul Sistema Finanziario Globale.


Le nomine dei Governatori delle Banche centrali delle varie nazioni del
mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi Governi, dove ciò è
ancora previsto, devono essere approvate dalla BRI; se a Basilea non sono
d'accordo, tutto viene rimesso in gioco, si vagliano altre candidature, più
gradite ai signori della Banhofplatz, fino ad individuare l'uomo adatto a
gestire, a livello nazionale, le decisioni che vengono assunte lassù,
nell'Olimpo dei potentissimi, dei Morgan, dei Rockefeller, dei Warburg, dei
Rothschild.


Certo, perché, nonostante i proprietari della Federal Reserve siano tenuti
segreti e segrete le loro riunioni, si sa per certo che tra di loro ci sono
anche questi uomini e che le loro quote pesano molto. Nomi che compaiono da
secoli nella storia del denaro e, soprattutto, nella scalata che il potere
finanziario internazionale ha fatto ai danni del potere politico.


Quindi chi comanda il mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia, cioè il
mondo tout court, esiste davvero.


in quelle riunioni mensili vengono affrontate tutte le questioni di ogni
paese, vengono decisi i tassi di sconto, i beneficiari dei prestiti della
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, quali governi devono
essere aiutati, facilitati, finanziati, quali monete devono decollare e
quali svalutarsi, quali movimenti rivoluzionari devono essere armati e quali
riforme devono essere sponsorizzate. Sì, perché chi ha il potere di decidere
la politica monetaria può influire, in maniera determinante, su ogni cosa.


Certamente, nei sontuosi saloni della BRI, si è molto discusso, e deciso,
prima che venissero firmati gli accordi di Bretton Woods nel 1944, con i
quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro dovesse essere assunto come
moneta per gli scambi internazionali. Certamente, negli uffici della
Banhofplatz al 2 si è molto discusso, e deciso, prima che il presidente USA
Richard Nixon, nell'agosto del 1971, annunciasse al mondo l'inconvertibilità
del dollaro in oro (sino ad allora per 35 dollari doveva esistere la
garanzia di un'oncia d'oro). Certamente a Basilea si è molto discusso, e
deciso, prima che la pubblica opinione del mondo venisse a conoscenza della
Perestrojka, del Trattato di Maastricht, dell'Euro, della guerra all'Iraq,
della guerra nei Balcani, della guerra all'Afghanistan. E, probabilmente, si
è parlato anche di attentati, di grattacieli e di tante altre cose.


Orbene, nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si riuniscono,
discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di Basilea, è mai stato
candidato in nessuna lista di nessun partito, è mai stato eletto da nessun
elettore di nessun popolo del mondo.

E dunque questa la democrazia?


Controllori senza controlli

Mark Alonzo Hanna, consulente del presidente USA William McKinley e mitica
figura di organizzatore di campagne elettorali, citato anche da Bush jr,
ebbe ad affermare nel 1896: "Per vincere occorrono due cose. La prima è
avere molti soldi... la seconda non me la ricordo".


Ed è per questo che la scalata dei signori del denaro non è iniziata
all'interno dell'area politica o delle istituzioni rappresentative delle
singole nazioni. Si è sviluppata dove i soldi si fabbricano, all'interno
delle Banche centrali, affiancandone l'attività con una miriade di
istituzioni intemazionali, enti, fondazioni, banche di credito e d'affari
tutte rigidamente dirette o controllate da loro. Una ragnatela così ampia e
articolata da consentire il progressivo condizionamento planetario di tutte
le attività.


La Trilateral Commission, il Council on Foreign Relations, il Bilderberg
Group, il Club de Paris, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca
Mondiale, l'organizzazione Mondiale del Commercio, la Camera di Commercio
Internazionale, l'Institute of International Finance, il Forum di Davos; e
ancora, il Comitato di Bali, per la supervisione bancaria, l'IOSCO
(International Organisation of Securities Commissions), per la supervisione
delle Borse e dei mercati di capitali, l'ISMA (International Securities
Market Association), I'IAIS (International Association of Insurance
Supervisors), per la vigilanza sulle compagnie di assicurazione, e l'ISO
(International Standard Organisation) alla quale è demandato l'incarico di
definire gli standard industriali, tanto per citarne i più noti e
importanti.


Al condizionamento politico ed economico delle singole nazioni, attraverso
il controllo monetario, si aggiunge il potere di influire sui rapporti
internazionali. Poco importa se intere nazioni, nel gioco delle
speculazioni, sono travolte e ridotte alla fame - vedi i paesi dell'America
Latina - o altre vengono a trovarsi in posizione di immeritato vantaggio. Un
esempio tra i tanti che si potrebbero fare: il 30% dell'intero ammontare dei
prestiti concessi dal Fondo Monetario Internazionale attualmente è assorbito
dalla Turchia - favorita dalla sua posizione geostrategica nel Vicino
Oriente - che va salvata per non far perdere un forte alleato a Stati Uniti
e Israele.


Inoltre, attraverso il flusso dei finanziamenti, si attivano tutte quelle
iniziative che si ritengono funzionari al disegno mondialista e si
condizionano pesantemente - spesso sino a stravolgerle - anche quelle
iniziative che, a prima vista, potrebbero apparire di segno opposto. Esempio
particolarmente eloquente ne è il Movimento dei No Global.


Maurizio Blondet, nel suo libro No Global, ci informa che, contrariamente a
quanto la pubblica opinione è indotta a credere, "l'International Global
Forum è largamente finanziato dalla Foundation for the Deep Ecology, un
think-tank con sede a San Francisco, erede delle fortune del magnate Douglas
Tompkins, il padrone della Esprit Clothing Company, la nota multinazionale
di pret-àporter Detta "Fondazione per l'Ecologia Profonda" nel 2000 ha
dichiarato attivi per 150 milioni di dollari: grazie a questi fondi essa
funziona come una finanziaria, che fornisce capitali iniziali per il lancio
di gruppi antiglobal in tutto il pianeta".


Ed ancora: tra i "finanziatori dei No Global spicca un nome: Theodor (Teddy)
Goldsmith. [... ] Teddy è il fratello minore del defunto sir James
Goldsmith, speculatore mondiale in materie prime, uno dei dodici uomini più
ricchi del mondo, cugino dei Rothschild".


Procedendo nella sua indagine, Blondet mette in luce anche le relazioni che
legano il mondo dei No Global a un altro celebre miliardario, George Soros.


"Ebreo ungherese naturalizzato americano, Soros è diventato enormemente
ricco e famoso con speculazioni internazionali sulla lira negli anni '90, il
genere di operazioni possibili nel mercato globale. [... ] Soros finanzia
anche un'altra fondazione "culturale", il Lindesmith Center-Drug Policy
Foundation, che impiega enormi mezzi per fare lobby a favore di una politica
di totale liberalizzazione delle droghe e per la legalizzazione dell '
eutanasia, naturalmente a livello mondiale".


Dunque, ovunque si cerchi, escono fuori soldi, enormi quantità di soldi,
attraverso i quali i soliti signori, indirizzano, determinano, controllano.


Per ciò che riguarda l'Europa, taluni sono indotti a credere che l'Euro sia
il punto di arrivo spontaneamente perseguito dalle nazioni del Vecchio
Continente, nel quadro della loro volontà di unificazione.


Ma, osservando bene, si scopre che anche i fili che hanno mosso questa
operazione vengono da lontano e ci conducono sempre ai soliti nomi.


Il professar Joshua Paul, docente della Georgetown University, ha pubblicato
nell'autunno del 2000 una serie di documenti del Bilderberg Group, sino ad
allora tenuti segreti, che documentano come da cinquant'anni quegli ambienti
stessero lavorando perché l'Europa si dotasse di un'unica valuta. Già nel
1948 le Fondazioni Ford e Rockefeller avevano dato vita all'American
Committee for a United Europe, con lo scopo di condizionare lo sviluppo
monetario, economico e politico del nostro Continente in modo convergente
agli interessi d'Oltreoceano. Un memorandum della sezione Europa del
Dipartimento di Stato americano, in data Il giugno 1965, riporta precisi
suggerimenti al vice presidente della Comunità Economica Europea, Robert
Marjolin, per giungere al varo di un'unica valuta europea, non come
concorrente del dollaro, ma come agevole mezzo di controllo delle economie
delle singole nazioni europee.


E' infatti molto più semplice controllare un'unica entità monetaria e un'
unica Banca centrale indipendente, piuttosto che quindici valute e quindici
Istituti di emissione con ancora qualche residuo legame con i ministri
economici, i governi e il mondo politico.


All'articolo 7 dello Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali e della
Banca Centrale Europea si legge: "Né la BCE, né una banca centrale
nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono
sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi
comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo".


Le Banche centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato di
Maastricht, avevano un'indipendenza dal potere politico valutabile tra il 40
e il 65%; oggi, dopo i cambiamenti determinati dall'avvento dell'Euro, hanno
raggiunto il 90%.


Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla BCE,
dai vertici monetari giungono al potere politico continue indicazioni,
parametri cui attenersi, precisi paletti che coinvolgono l'intera economia
delle nazioni.


Come giustamente osserva Bruno Tarquini, già Procuratore della Repubblica a
Teramo, nel suo La banca, la moneta e l'usura, "Lo Stato ha rinunciato alla
propria sovranità monetaria, trasferendola a un istituto privato: questo
perciò, in perfetta autonomia e indipendenza, esercita una pubblica funzione
di essenziale rilevanza per la vita della Nazione, essendo noto che la
politica monetaria (vale a dire l'emissione della moneta e la
regolamentazione della sua circolazione nonché del mercato monetario)
condiziona l'intero sistema economico di uno Stato ed influisce quindi anche
sulla sua politica generale, e particolarmente su quella sociale".


E' davvero singolare come il Trattato di Maastricht si sia preoccupato di
definire la BCE esclusivamente per ciò che riguarda la sua indipendenza.
Francesco Papadia e Carlo Santini, nel loro La Banca centrale europea,
ricordano: "Dalla lettura del Trattato emerge la particolare collocazione
della Banca centrale europea nell'assetto istituzionale dell'Unione europea.
L'art. 4, infatti, non la menziona tra le istituzioni (Parlamento europeo,
Consiglio, Commissione, Corte di giustizia e Corte dei conti) della
Comunità. Alla Banca, però, il Trattato conferisce personalità giuridica e
lo Statuto riconosce la più ampia capacità di agire in ciascuno degli Stati
membri. Sotto il profilo giuridico~formale, la Banca centrale europea non è,
dunque, un'istituzione comunitaria [... ] i suoi atti non sono imputabili
alla Comunità. La Banca centrale europea è inserita in una cornice giuridica
che ne stabilisce e ne tutela l'indipendenza nell'attuazione della politica
monetaria".


La BCE determina dunque, in perfetta autonomia - come se ciò non avesse
rilevanza politica e sociale - il livello dei tassi di interesse ufficiali,
cioè il costo del denaro, cioè la politica di espansione o di restrizione
monetaria. E, se non bastasse, decide e guida, in perfetta indipendenza,
tutte le operazioni di acquisto e di vendita degli euro contro altre valute
sul mercato dei cambi. E le Banche centrali nazionali devono conformarsi in
tutto e per tutto alle direttive della BCE - il Consiglio direttivo vigila
attentamente - altrimenti bacchettate sulle dita, con tutto il potere per
farlo.


La BCE, e di conseguenza anche tutte le Banche centrali nazionali,
ufficialmente - ormai è scritto a chiare lettere, nero su bianco, nei
Trattati e nei Regolamenti - non possono concedere, per nessun motivo,
crediti agli Stati, o alla Comunità europea o a qualsiasi altro soggetto
pubblico, e quindi è loro proibito acquistare titoli di Stato, sia al
momento dell'emissione che successivamente.


Non solo, se prima di Maastricht qualche Banca centrale, come abbiamo già
ricordato, poteva prevedere un parziale ristorno allo Stato del signoraggio
reddito ottenuto attraverso la politica monetaria - alla BCE si fa obbligo
di non fare uscire neanche un centesimo dalle casse del Sistema europeo di
banche centrali.


E ancora, mentre i dibattiti e le sedute della Camera dei deputati e del
Senato sono aperte al pubblico, le sentenze delle Corti di giustizia devono
essere dettagliatamente motivate e pubblicate, le riunioni del Consiglio
direttivo della BCE sono assolutamente secretate ed è lo stesso Consiglio
che, di volta in volta, decide se pubblicare le proprie deliberazioni,
pubblicarne solo alcune parti o non pubblicarle affatto.


Infine, ciliegina sulla torta, i dirigenti della BCE godono di una
sostanziale immunità. Non sono infatti previste, all'intemo della BCE,
sanzioni per comportamenti impropri. Nei Regolamenti si legge che è
sufficiente il rischio di perdere credibilità e fiducia per garantire la
certezza dell'operato dei dirigenti. Solo in caso di colpe gravissime e di
comportamento palesemente illegittimo, può intervenire la Corte di
giustizia, e occuparsi del caso.


La perdita delle sovranità monetaria e legislativa - parti essenziali della
sovranità nazionale - da parte degli Stati europei è stata stabilita in
maniera irrevocabile. E alla chetichella.


In Italia, come sottolineò Ida Magli su il Giornale dell' 11 marzo 200 1,
"Nella legge di riforma della Costituzione, approvata dalla maggioranza di
sinistra in gran fretta poche ore prima dello scioglimento delle Camere, c'è
un passo fondamentale e che pure non è stato portato a conoscenza dei
cittadini né prima né dopo della sua approvazione. Si tratta dell'articolo
117 in cui si stabilisce: "La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e
dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti
dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". In queste tre
righe è codificata la perdita della sovranità legislativa dell'Italia. Per
questo l'articolo 117 non è stato discusso apertamente: gli italiani non
debbono sapere".

Forse, la democrazia è proprio questa.


Da qualche parte si è sentito il dovere di coinvolgere ed ascoltare il
popolo attraverso regolari referendum, e lì - vedi il caso della Danimarca -
Maastricht ed Euro sono rimasti lettera morta. Il popolo ha detto no. Ma
queste sono rare, anzi uniche, eccezioni.


Molto democraticamente, a tutti gli altri paesi europei è stato imposto di
uniformarsi al modello americano senza diritto di replica, senza alcun
referendum.


Scrive Giulietto Chiesa sul suo recente La guerra infinita: "E' il denaro
che decide non più soltanto come l'economia deve procedere, ma anche -
direttamente, immediatamente - come l'America deve essere governata. [... ]
Il popolo, come tutto il resto, non è più sovrano di nulla, essendo
diventato, nel frattempo, consumatore. Non ha forse invitato, l'imperatore
Bush, pochi giorni dopo il tremendo impatto terroristico, i suoi elettori a
"tornare a fare shopping"?".


Il consenso in democrazia


L' economia è governata da uomini che - come abbiamo visto - nulla hanno a
che vedere con il consenso popolare; su questo non può ormai esservi più
dubbio. Ma, si dice, è inevitabile, perché queste sono le regole del Libero
Mercato, della globalizzazione, del consumismo e del benessere. L'
importante è che il sistema politico - adottato o imposto - ovunque, in ogni
angolo del mondo, sia quello democratico. Si devono svolgere "libere"
consultazioni elettorali attraverso le quali il popolo possa scegliere i
candidati proposti dai diversi partiti.


A parte il fatto che abbiamo ancora nelle orecchie la frase di Mark Alonzo
Hanna, che ci ricordava come nelle campagne elettorali più dei programmi
contano i soldi, ci si può legittimamente chiedere cosa possa offrire al
popolo una classe dirigente politica privata di ogni potere inerente la
moneta e l'economia, e quindi di ogni possibilità di intervenire nel
sociale. Ma, sforzandoci di essere ottimisti fino in fondo, osserviamo come
la democrazia riesce a gestire l'oggetto principale del suo esistere: il
consenso.

E per garantire il libero consenso, infatti, che i "padri fondatori" hanno
inventato la moderna democrazia. E di questo sistema politico esiste un
modello indicato ad esempio, ad ogni pie' sospinto, un vero e proprio
santuario: la grande democrazia americana.


Osserviamo, dunque, come si esprime il consenso in quel paese.


I dati che si riscontrano non possono che lasciare perplessi. Nelle elezioni
presidenziali va a votare meno del 50% degli aventi diritto, quindi il
presidente USA rappresenta a malapena un americano su quattro. Nelle altre
consultazioni le cose vanno molto peggio: i votanti nelle elezioni dei
singoli Stati sono il 35-40%, in quelle di contea e municipali addirittura
il 25-30%. Sissignori, nel santuario della democrazia ci sono anche
"maggioranze" che rappresentano meno del 13% della popolazione.


Qualcosa non funziona: le motivazioni addotte per condannare le dittature si
sono sempre incentrate sui temi della libertà e del consenso. Ma è legittimo
domandarsi quanto possa durare un regime quando si basi su un consenso del
solo 13 o 25% della popolazione. Negli Stati totalitari certamente molto
poco.


Il consenso, quando è una cosa seria, è un fatto di coscienza, è un senso di
appartenenza e di partecipazione, è una forza centripeta che ingigantisce
l'individuo e lo rende parte fondamentale del popolo, anzi di quel popolo.


In democrazia, regno del più sfrenato individualismo, le forze che
prevalgono sono invece quelle centrifughe, che rimpiccioliscono il
cittadino, lo rendono anonimo e lo collocano in una massa amorfa e
spersonalizzata. Una massa che si può governare anche con un misero 13% di
"maggioranza".


Il consenso,nella democrazia occidentale, ha la dignità di una lattina di
Coca-cola venduta sullo scaffale di un supermercato.


E più questa "democrazia" è imposta al mondo, più la finanza internazionale
ha mano libera per i suoi traffici, più crescono le sacche di povertà entro
le nazioni ricche e più popoli vengono cacciati nel girone della fame.


Nell'ultimo rapporto ONU sullo sviluppo umano - 1998 - si legge che il 20%
più ricco della popolazione mondiale consuma l' 86% dei beni disponibili,
mentre il 20% più povero solo l'1,3%.


E la "grande democrazia americana" prosegue nella sua opera di conquista
planetaria. Attraverso quali strumenti?


Siamo alle solite, rispuntano i banchieri. Scrive ancora Giulietto Chiesa:
"Strumenti sovrannazionali di questo progetto sono state le due istituzioni
regine di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca
Mondiale, cui negli ultimi anni si è aggiunto il WTO (World Trade
Organization), loro parente stretto in quanto erede del Gatt (General
Agreement on Tariffs and Trade). Non a caso, questi tre strumenti operativi
sono estranei alle Nazioni Unite. Altrettanto non a caso, essi sono le
uniche istituzioni sovrannazionali che hanno ricevuto concreti, reali poteri
di limitazione, di abrogazione delle sovranità nazionali dei paesi che vi
aderiscono. Ma non tutte le abrogazioni sono eguali tra loro. Il "consenso
di Washington" ha rappresentato il grimaldello con cui la rappresentatività
internazionale del sistema delle Nazioni Unite è stata smantellata perfar
posto al decalogo della globalizzazione americana".


E la "grande democrazia americana" continua, con ricatti monetari, con
azioni militari, con spoliazioni delle sovranità nazionali sempre più
devastanti, ad imporre il proprio modello "buono", "libero", "politicamente
corretto".


Le regole? I Trattati intemazionali? Contano solo se e quando sono
funzionali al disegno USA, altrimenti si ignorano, si stracciano o si
riscrivono. Una risoluzione dell'ONU non rispettata può essere ottimo
pretesto per scatenare una guerra se si tratta dell'Iraq di Saddam Hussein,
ma non ha nessuna importanza se nella parte dell'inadempiente si trova lo
Stato di Israele.


Quando, nel 1999, l'obbiettivo era lo smantellamento della Serbia di
Milosevic, gli Americani non esitarono a stravolgere la natura della NATO.
Da patto difensivo la trasformarono in alleanza militare offensiva. 1
regolamenti furono, in quattro e quattr'otto, cambiati. Gli articoli 5 e 6
dello Statuto che circoscrivevano, in chiave difensiva, l'uso della forza,
vennero riscritti: la NATO si autodefinì e si comportò, con atto unilaterale
e in dispregio dell'art. 51 della Carta dell'ONU sulla legittima difesa,
come il "gendarme del nuovo ordine mondiale". L' ordine americano e
democratico. L' ordine dei banchieri.


Per comprendere quale, puntualmente, si dimostra essere la considerazione
che gli americani hanno della legalità e della libertà basta osservarli in
una qualsiasi delle loro scorribande.


A titolo di esempio riportiamo la ricostruzione fatta da Noam Chomsky
dell'aggressione militare scatenata dall'America di Ronald Regan contro il
Nicaragua: "Il Nicaragua non rispose. Essi non risposero mettendo bombe a
Washington. Essi risposero chiamando Washington a difendere il proprio
operato davanti al Tribunale internazionale..... Non ebbero difficoltà a
trovare le prove. Il Tribunale le accettò, deliberò in loro
favore,.....condannò ciò che essi avevano denunciato come 'uso illegale
dellaforza', che è un altro modo per definire il terrorismo
internazionale,.....intimò agli Stati Uniti di porre fine al crimine e di
pagare massicci indennizzi. Gli Stati Uniti, ovviamente, respinsero con
sdegno la sentenza della Suprema Corte e annunciarono che da quel momento
non ne avrebbero più riconosciuto la giurisdizione. Allora il Nicaragua si
rivolse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che emise una
risoluzione invitante tutti gli Stati a osservare le leggi internazionali.
Nessuno fu nominato, ma tutti compresero. Gli Stati Uniti misero il veto
alla risoluzione. Ed essi sono oggi l'unico Stato che ha dovuto subire una
condanna del Tribunale internazionale e che, al tempo stesso, ha posto il
veto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che esortava gli Stati a
osservare le leggi internazionali. Allora il Nicaragua andò oltre e si
rivolse all'Assemblea Generale dell'ONU, dove non esiste tecnicamente un
meccanismo di veto, ma dove un voto negativo degli Stati Uniti equivale a un
veto. E l'assemblea approvò una risoluzione analoga a quella del Consiglio
di Sicurezza con il voto contrario soltanto degli Stati Uniti, di Israele e
del Salvador L'anno successivo si votò di nuovo e questa volta gli Stati
Uniti raccolsero soltanto il voto di Israele..... A quel punto il Nicaragua
non poteva fare nient'altro di legale. Aveva tentato tutte le strade. Ma
esse non potevano funzionare in un mondo governato dalla forza".

E questa la particolare interpretazione che la "grande democrazia
americana" - quella che si attribuì l'autorità per istruire e dirigere i
processi di Norimberga e di Tokio - ha dei valori di libertà, di legalità e
di giustizia. Esattamente come quando proclamano il diritto dei Palestinesi
di avere un proprio Stato, ma a condizione, non solo che sia uno Stato di
tipo democratico, ma anche di poter porre il proprio veto sulla scelta della
persona che il popolo palestinese vorrà scegliere come Capo.


Che strana cosa la democrazia!


Lo spirito "missionario" dei cavalieri a stelle-e-strisce nel "liberare" i
popoli del mondo lascia perplessi almeno quanto lo spessore di quel consenso
democratico che ci consegna "maggioranze" del 13%.


Ma, a chiarirci cosa sia il consenso democratico, giunge il banchiere Carlo
Azeglio Ciampi nella sua nuova veste di presidente della Repubblica. A chi
gli chiedeva spiegazioni sulla legittimità di portare avanti riforme della
portata dell'Euro e dell'istituzione della Banca Centrale Europea, senza
sottoporre le questioni al vaglio di referendum popolari, ha detto: "Si
parla a volte di fare un referendum sull'Europa. Ma a me pare che un
"referendum di fatto" sia già stato celebrato, il primo gennaio scorso,
quando è stato varato l'Euro, e mi chiedo quale consultazione popolare
migliore di quella sia possibile".


E bravo il nostro Ciampi! Con una frase breve, lapidaria, chiarissima ci ha
spiegato ciò che da parecchie pagine ci andavamo chiedendo: il consenso
democratico "migliore" è quello di utilizzare la moneta che è imposta
d'autorità e non la lira, che nessun commerciante e nessun sportello
bancario è ormai disposto ad accettare. Ci sembra proprio giusto; nell'epoca
del denaro virtuale è logico che ci si debba accontentare del consenso
virtuale.

Probabilmente, proprio questa è la democrazia.


Dalla tirannide delle lobbies alla riconquista della sovranità nazionale

Nell'epoca del denaro virtuale, della e-money, cioè dei soldi che non
esistono, ma che possono determinare il benessere o la povertà per intere
popolazioni, la ricchezza o la rovina per intere categorie è, in fondo,
logico che il sistema politico dominante sia quello democratico, dove
"sovrano" dovrebbe essere il popolo, ma a decidere sono solo i banchieri e
le loro lobbies, dove si confondono le alchimie monetarie con i referendum
popolari, dove le maggioranze possono essere del 13%, dove si scambia la
libertà con l'obbligo a consumare, la dignità con il possesso di una carta
di credito, la patria con un titolo quotato in borsa, la vita con la storia
di un conto corrente.


Di fronte ai grandi temi di attualità le uniche risposte sono quelle
ispirate dall'interesse dei soliti gruppi finanziari. E nessuno si ribella,
perché non c'è più un potere politico rappresentativo e autorevole da cui
aspettarsi risposte differenti, autonome, ispirate dall'interesse della
collettività.


Sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2002, Giovanni Caprara, affrontando
il problema dell'inquinamento, riporta la possibile soluzione indicata dal
Nobel Carlo Rubbia: "Per risolvere i problemi bisogna fabbricare veicoli con
emissione zero, cioè che non inquinano. E lo strumento ideale è la cella a
combustibile a idrogeno. Ne sono già state costruite e dimostrano
difunzionare egregiamente. Anche meglio del motore a benzina, per quanto
riguarda il rendimento che risulta addirittura tre volte più elevato: 45% la
cella, 15% il motore a benzina. [... ] In cinque anni l'intero parco dei
mezzi pubblici potrebbe essere riconvertito e disponibile. Per le auto
private, basterebbe solo qualche anno in più. Bisogna solo decidere
politicamente di andare in questa direzione ed esserne tutti consapevoli".


Ma è proprio questo il problema. Per "decidere politicamente",
nell'interesse della collettività, occorre un potere politico vero e
indipendente, un potere che oggi non esiste più, di cui altro non è rimasto
se non l'ectoplasma, un'immagine più o meno decorativa ad uso e consumo
degli interessi dei soliti signori.


Per risolvere i problemi dell'inquinamento è inutile ricercare ciò che è
buono per il popolo, anzi per quel popolo, sarà più opportuno individuare le
soluzioni favorevoli agli interessi dei commercianti di petrolio, degli
Agnelli, Ford e soci.


Ma, in tutta questa vicenda di ordinaria tirannide finanziaria, i numeri
hanno un forte peso e i conti si possono anche sbagliare. Anzi, la storia lo
dimostra, prima o poi si sbagliano. Vuoi perché l'avidità è spesso più forte
della prudenza, vuoi perché le reazioni della psicologia umana spesso non
coincidono con la fredda consequenzialità dei calcoli numerici, vuoi perché
a forza di sottrarre libertà e sovranità si arriva al punto in cui i popoli
si arrabbiano e si ribellano.


Ha destato scalpore il successo che in diverse parti del mondo ha ottenuto
il film The Bank. Si narra di un personaggio che si vendica dei torti subiti
inventando un sistema informatica capace di distruggere la Banca che aveva
rovinato la sua famiglia. La storia ha il pregio di mettere a nudo i
ricatti, le manipolazioni contrattuali e giuridiche, la sete di potere e il
cinico controllo delle vite umane messi in atto dagli istituti che
maneggiano il denaro. Alle battute finali del protagonista, "la banca non
c'è più" e "odio le banche", nelle sale cinematografiche esplodono ovazioni
da stadio.


In Argentina, nelle riunioni familiari, un nuovo gioco da tavolo ha
soppiantato la tradizionale Tombola e il Monopoli: si chiama "Debito
eterno". Sulla scatola si legge: "Chi è capace di sconfiggere il Fondo
Monetario?".


Forse, gli uomini stanno cominciando a comprendere chi sono i veri nemici, e
stanno cominciando ad odiarli.


Il giro di boa che condurrà al crollo della tirannide monetaria e alla
riconquista delle sovranità nazionali è probabilmente molto più vicino di
quello che, di fronte alla potenza planetaria delle lobbies finanziarie, si
sarebbe indotti a credere.


Si preparano tempi duri, durissimi, come quelli che già stanno vivendo gli
argentini.


Sarà un passaggio traumatico, dolorosamente traumatico; giacché tutte le
risorse sono ormai nelle mani di quei signori e gran parte delle nostre
qualità lavorative sono state stravolte: il villaggio globale ha distrutto
l'artefice del prodotto finito e lo ha sostituito con l'operaio costretto a
costruire un bullone, un ingranaggio o solamente ad assemblare e con il
fattorino capace solo di consegnare ciò che le multinazionali hanno
commercializzato.

Dovremo reimparare ciò che ci hanno fatto dimenticare. Dovremo trovare il
coraggio di intraprendere strade nuove, soluzioni originali. Dovremo
sbarazzarci della moneta-truffa dei banchieri e di tutti i loro ricatti e
fondare, finalmente, una moneta vera, quella del popolo.


Scrive Bruno Tarquini: ""Siamo seduti su una polveriera" ha annunciato,
dall'alto della sua competenza, l'economista Paolo Savona; e non può
certamente sostenersi che non ci si renda conto, già da oggi, di quali
potrebbero essere gli effetti di una sua eventuale esplosione. L'emissione
della "moneta del popolo ", già utile nell'attuale situazione per
contrastare la rarità monetaria, arbitrariamente scelta dalle autorità
finanziare per la soddisfazione della loro sete di dominio, in caso di crisi
sarebbe anche decisamente necessaria".


I popoli, vere vittime della tirannide delle lobbies, sapranno
riconquistarsi, pezzo per pezzo, tutta la sovranità che è stata loro
sottratta.


Quando il cloroformio del benessere consumista si sarà esaurito, quando il
bailamme di gadget, telefonini, computer sarà andato in tilt, quando il luna
park di supermercati e centri commerciali sarà rimasto senza prodotti, i
popoli necessariamente dovranno riscoprirsi, rifondarsi, tornare ad esistere
con la propria specifica identità e la propria cultura.


E il sistema consumista, monetario e del Libero Mercato è un sistema
entropico. Un sistema destinato, prima o poi, a spegnersi. Esso si basa
infatti sul continuo aumento dei consumi, quindi della produzione, quindi
dello sfruttamento delle risorse. Un aumento che non può essere infinito e
quindi, giunti al punto in cui la disponibilità dei beni sarà inferiore alla
quota d'incremento necessaria al perpetuarsi del sistema consumistico, si
giungerà ad una implosione economica.


Sarà un momento durissimo.


Ho ascoltato recentemente da un'anziana montanara il racconto dei tempi, non
poi così lontani, in cui nelle nostre valli mancava tutto quello che oggi
c'è. Si mangiava polenta, latte, castagne, formaggio, cotenne e qualche raro
insaccato. Ma non tutto ciò era disponibile sempre; un giorno si mangiava
questo, l'altro quello; la povertà era grande. Spesso, tra gli abitanti del
villaggio, ci si riuniva e, allora, le cose andavano meglio perché c'era chi
portava cotenne, chi cipolle, chi polenta, chi un salame, chi una ciotola di
latte. "La miseria ci teneva uniti, e ci ha consentito di superare anche gli
inverni peggiori", fu la conclusione del racconto.


I nostri popoli hanno dimostrato già in molte occasioni di saper superare
prove tremende, sviluppando una forza e una capacità solidale oggi
insospettabili. Anzi, le qualità migliori le abbiamo espresse nei periodi
più duri e in quelli della ricostruzione. Qualità che i signori delle banche
internazionali non sospettano nemmeno e sicuramente non hanno preventivato.


I popoli europei, oggi ridotti a bracciantato per i servizi necessari allo
sviluppo della nuova economia, quella della globalizzazione e delle
multinazionali, sapranno ritrovare le proprie caratteristiche produttive e
creatrici. Non resteranno, storditi, affamati, accampati accanto agli
aeroporti, ad attendere l'arrivo degli "aiuti umanitari", come avviene in
molti paesi del terzo mondo.

I popoli europei non accetteranno i nuovi ricatti di qualche nuova Banca
internazionale e sapranno ritrovare la sopita passione per la libertà e
l'indipendenza.

La lotta per la Libertà è una costante nella storia degli uomini. La lotta
dei popoli per la Libertà e la Sovranità sarà il tema dominante della storia
di domani.

Mario Consoli

BIBLIOGRAFIA



BAIROCH PAUL, Economia e storia mondiale, Garzanti, 1998

BLONDET MAURIZIO, No Global, Ed. Ares, 2002

CHIESA GIULIETTO, La guerra infinita, Feltrinelli, 2002

CONSOLI MARIO, Contro il dio denaro, l'Uomo libero n.48, 1999

COOGAN GERTRUDE H., I creatori di moneta, Edizioni di Ar, 1998

FINI MASSIMO, Il denaro "sterco del demonio", Marsilio, 1998

GIANNOLA ADRIANO (A CURA DI), Grandi Banche in Europa, Guida Editori, 1990

GOZZOLI SERGIO, Sulla pelle dei popoli, l'Uomo libero n.27, 1988

NUSSBAUM ARTHUR, Storia del dollaro, Sansoni, 1961

PANICALI ANNA (A CURA DI), Bottai: ilfascismo come rivoluzione del capitale,
Cappelli, 1978

PAPADIA FRANCESCO - SANTINI CARLO, La Banca Centrale Europea, Il Mulino,
1999

PIFFERI MARCO - PORTA ANGELO, La Banca Centrale Europea, EGEA, 2001

POLSI ALESSANDRO, Stato e Banca Centrale in Italia, Laterza, 2001

POUND EZRA, Sulla moneta, Edizioni di Ar, 1977

POUND EZRA, L'ABC dell'economia, Boringhieri, 1994

SACCOMANNI FABRIZIO, Tigri globali, domatori nazionali, Il Mulino, 2002

SANTORO GIUSEPPE, Banchieri e camerieri, Società Editrice Barbarossa, 1999

TARQUINI BRUNO, La banca la moneta e l'usura, Controcorrente, 2001

AA. VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, settembre 1992

AA. VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, dicembre 1993

AA. VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, dicembre 1995
Jonathan Pine
2004-11-01 23:12:54 UTC
Permalink
Post by artamano
Non vi è ministro, né presidente del Consiglio, né presidente della
Repubblica o monarca ad avere il potere, l'insindacabilità e la durata della
carica che hanno a disposizione un presidente e un dirigente della Banca
Centrale Europea. La BCE dà "indicazioni" vincolanti ai governi, stabilisce
tassi e politica monetaria e nessun potere politico può interferire.
Io penso che, con la scusa della cosiddetta informazione alternativa,
chiunque riesca a fare passare tutta la merda che vuole, magari dandole una
verniciata di rispettabilita' con una paginata di citazioni dotte (ed
incongrue). Per esempio, la stupidaggine riportata sopra (una delle tante)
e' confutabile da un qualunque studente di economia che stia preparando l'
esame di politica monetaria.
Il fatto e' che un ng (ma anche indymedia, e tutti gli altri siti di
controinformazione al quale chiunque puo' contribuire in forma anonima) non
hanno il problema di preservare reputazione o credibilita'. Per cui il
lettore impreparato, leggendo qualunque cosa venga scritta da chiunque senza
controllo critico, e' indotto a credere qualsiasi bestialita' solo perche'
compare su un sito piuttosto che su un altro. Per questo che penso la
controinformazione, in realta', non esista. Al massimo esiste la confusione
informativa. Io vorrei un Economist di sinistra. Rigoroso, credibile,
analistico, intellettualmente onesto, che esprima con dichiarata parzialita'
in 500 parole per articolo (tesi, antitesi, sintesi) il punto di vista
della sinistra. Non so cosa farmene delle scritte sui muri dei cessi. Tra
l'altro, a tali scritte qualcuno ci crede anche.

JP
vivianavivarelli
2004-11-02 07:38:01 UTC
Permalink
Jonathan Pine wrote:

Non so cosa farmene delle scritte sui muri dei cessi. Tra
Post by Jonathan Pine
l'altro, a tali scritte qualcuno ci crede anche.
ha parlato Fantazzi
il terrore degli spazzi

viviana






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Jonathan Pine
2004-11-02 10:31:33 UTC
Permalink
Post by vivianavivarelli
ha parlato Fantazzi
il terrore degli spazzi
Ma come, tu non sei quella che vuole insegnare il bon ton su usenet? Quella
che pretende come forma di rispetto che non si posti nemmeno in inglese? Una
cosa che vomita offese ed ingiurie in risposta ad un post come questo non
puo' insegnare niente a nessuno. E io alle offese rispondo alle offese.
Basta che poi non ti metti a piagnucolare, cagna fascista.


JP
artamano
2004-11-04 20:56:59 UTC
Permalink
Post by Jonathan Pine
Io penso che, con la scusa della cosiddetta informazione alternativa,
chiunque riesca a fare passare tutta la merda che vuole, magari dandole una
verniciata di rispettabilita' con una paginata di citazioni dotte (ed
incongrue). Per esempio, la stupidaggine riportata sopra (una delle tante)
e' confutabile da un qualunque studente di economia che stia preparando l'
esame di politica monetaria.
bene,ma perchè allora non illustri tu l'errore invece che lamentarti
dell'ignoranza altrui?
Jonathan Pine
2004-11-05 07:14:15 UTC
Permalink
Post by artamano
bene,ma perchè allora non illustri tu l'errore invece che lamentarti
dell'ignoranza altrui?
Non me ne lamento affatto, e non credo sia ignoranza: credo sia
mistificazione. Entrare nel merito significherebbe accettarne la logica. L'
unica cosa da fare e' accendere un allarme di modo da rendere vigile il
senso critico dei lettori ed incentivarli a compiere le proprie verifiche.
Che, come dicevo, non sono affatto difficili.

JP

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